IL VUOTO NON È LA NOIA
Quando la sopraffazione diventa gratificazione
Di norma evito di intervenire a caldo sui fatti di cronaca, soprattutto quando coinvolgono minorenni. La criminologia richiede analisi, distanza emotiva e conoscenza dei comportamenti, non sentenze pronunciate sull’onda dell’indignazione. Questa volta, tuttavia, ritengo necessario intervenire. Non per anticipare il giudizio della magistratura, ma perché la vicenda dei due minorenni coinvolti nelle aggressioni avvenute tra Monteverde e Testaccio nelle notti del 4 e 5 ottobre, presenta elementi che meritano una riflessione ben più approfondita.
Sei aggressioni, vittime apparentemente scelte a caso, una delle quali, l’attore Davide Iacopini, ricoverata in condizioni gravissime. E una motivazione riferita agli investigatori che dovrebbe interrogarci profondamente: Ci annoiavamo, era un gioco.
Secondo quanto riportato dalle cronache i ragazzi avrebbero interrotto le aggressioni soltanto dopo aver appreso delle gravi condizioni di una delle vittime.
È proprio quest’ultimo particolare, se confermato, a rappresentare uno degli aspetti criminologicamente più significativi, vale a dire la possibile comparsa di un freno comportamentale soltanto davanti alla gravità delle conseguenze, e non davanti alla sofferenza della persona aggredita.
La noia, in tutto questo, spiega ben poco.
Annoiarsi è un’esperienza universale, soprattutto nell’adolescenza. Milioni di ragazzi sperimentano frustrazione, inquietudine e bisogno di emozioni intense senza trasformare altre persone in bersagli.
Il problema, dunque, non è la noia. È ciò che si sceglie di fare per sottrarsene.
In criminologia, espressioni come “era un gioco” o “volevamo divertirci” possono essere interpretate attraverso le tecniche di neutralizzazione descritte dai sociologi e criminologi Gresham Sykes e David Matza. Si tratta di meccanismi attraverso i quali l’individuo attenua il significato morale delle proprie azioni, minimizza il danno o riduce il senso di responsabilità.
Non necessariamente spiegano perché una condotta venga compiuta. Possono invece contribuire a renderla psicologicamente accettabile a chi la realizza.
Chiamare gioco un’aggressione non ne modifica la natura. Può soltanto modificarne la percezione nella coscienza di chi la commette.
Un secondo elemento riguarda la dinamica del gruppo.
Due persone possono costituire un sistema di reciproco rinforzo comportamentale. Durante l’adolescenza, l’approvazione del coetaneo assume spesso un valore particolarmente significativo, poiché un gesto trasgressivo provoca una risata, la risata diventa approvazione, e l’approvazione incoraggia un comportamento successivo.
La criminologia conosce bene questi meccanismi di facilitazione e amplificazione reciproca della devianza. La presenza di un compagno può infatti ridurre le inibizioni, favorire l’assunzione di rischi e trasformare la trasgressione in una forma di riconoscimento sociale.
Non sappiamo se questa sia stata esattamente la dinamica dei due ragazzi. Ma è una delle ipotesi che un’analisi seria dovrebbe considerare.
C’è poi il contesto operativo.
Le aggressioni sarebbero state compiute utilizzando una minicar, nelle ore notturne, contro persone sconosciute. Le cronache riferiscono anche di una targa occultata.
Se confermata, quest’ultima circostanza suggerirebbe una componente di consapevolezza del rischio di identificazione, difficilmente conciliabile con una lettura esclusivamente impulsiva dei fatti.
La scelta di vittime sconosciute introduce un ulteriore elemento, cioè l’anonimato.
Quando l’altro non ha un nome, una storia o un rapporto con l’aggressore, può risultare più facile ridurlo a un bersaglio impersonale. È uno dei possibili processi di disimpegno morale studiati dallo psicologo Albert Bandura.
Ma l’elemento più significativo rimane la reiterazione.
Sei episodi in due notti non possono essere analizzati come un unico gesto improvviso.
La ripetizione introduce la possibilità di un meccanismo di rinforzo. Perché quando un comportamento produce eccitazione, gratificazione o approvazione e non incontra conseguenze immediate percepite come negative, può aumentare la probabilità che venga riproposto.
Il primo episodio può rappresentare una sperimentazione. Il successivo può rafforzare la percezione di poter agire senza conseguenze. Quelli ulteriori possono consolidare una modalità comportamentale.
Non è una progressione inevitabile, ma è proprio questa possibile dinamica che interessa alla criminologia.
La reiterazione non rappresenta soltanto un aumento numerico degli episodi, ma può indicare il progressivo consolidamento di una condotta.
Esiste poi una questione ancora più profonda, e cioè la sperimentazione del dolore altrui.
Già nell’infanzia possono manifestarsi comportamenti attraverso i quali il bambino verifica gli effetti delle proprie azioni sugli altri. In questa fase spinge, colpisce, provoca una reazione e ne osserva le conseguenze.
Nella maggior parte dei casi si tratta di manifestazioni legate allo sviluppo, all’impulsività o alla difficoltà di regolazione emotiva, e non di segnali di futura criminalità.
È tuttavia proprio durante lo sviluppo che l’intervento educativo assume un ruolo fondamentale. È necessario insegnare che il dolore dell’altro costituisce un limite, che la libertà individuale incontra l’integrità altrui e che ogni comportamento produce conseguenze.
Quando persistono condotte aggressive accompagnate da scarsa sensibilità verso la sofferenza delle vittime, diventa necessario approfondire i processi di regolazione emotiva, empatia e interiorizzazione delle norme.
L’empatia, infatti, non è una qualità che semplicemente esiste oppure manca, ma comprende componenti cognitive e affettive che si sviluppano attraverso esperienze individuali, relazioni e apprendimento.
Non possiamo sostenere che i due ragazzi abbiano seguito un determinato percorso evolutivo. Non li abbiamo valutati e non conosciamo sufficientemente le loro storie.
Possiamo però affermare che la capacità di riconoscere il dolore altrui e di interrompere un comportamento dannoso costituisce uno dei principali elementi da indagare quando la violenza viene reiterata senza un apparente movente personale.
In questa vicenda si inseriscono inevitabilmente le dichiarazioni della madre di uno dei ragazzi: “Mio figlio pagherà, ma non è un mostro”.
Sul piano umano è comprensibile il bisogno di una madre di distinguere il proprio figlio dalle azioni che gli vengono contestate. E, da criminologo, ritengo che nessun individuo, tanto meno un minorenne, debba essere definitivamente identificato con il reato commesso.
Ma esiste una differenza fondamentale tra rifiutare la disumanizzazione di una persona e rischiare di minimizzare la gravità delle sue condotte.
La madre ha chiesto scusa e ha riconosciuto che il figlio dovrà affrontare le conseguenze delle proprie azioni. È corretto ricordarlo.
Tuttavia, continuare a richiamare la dimensione dello scherzo, davanti ad aggressioni ripetute e a una vittima gravemente ferita, pone una questione educativa che non possiamo ignorare.
Uno scherzo non può essere costruito unilateralmente sulla sofferenza di una persona inconsapevole.
E soprattutto, non occorre essere un mostro per commettere un atto mostruoso.
È proprio questo uno degli aspetti più inquietanti della violenza, vale a dire la possibilità che comportamenti estremamente gravi vengano compiuti da persone apparentemente ordinarie.
Non è necessario trasformare un ragazzo in un mostro per riconoscere la gravità delle sue azioni. Al contrario, attribuire tutto a una presunta mostruosità rischia di sottrarci alla comprensione dei meccanismi che hanno reso possibile il comportamento.
Una madre può continuare ad amare profondamente il proprio figlio e, contemporaneamente, riconoscere senza attenuazioni la gravità di ciò che ha fatto.
Le due cose non si escludono.
La responsabilità individuale non viene cancellata dall’affetto familiare, così come l’accertamento delle cause non può diventare una forma di assoluzione morale.
Non intendo attribuire responsabilità a genitori che non conosco. Sarebbe scientificamente scorretto sostenere che ogni condotta deviante sia il prodotto di un’educazione carente.
La criminologia contemporanea riconosce l’interazione di fattori individuali, familiari, relazionali e ambientali. Nessuno di questi, isolatamente, determina in modo automatico un comportamento criminale.
Ma proprio per questo dobbiamo smettere di cercare spiegazioni semplicistiche.
La prevenzione della violenza non comincia quando interviene la polizia. Comincia quando si riconoscono i comportamenti di sopraffazione, quando si interviene sulla loro ripetizione, quando si insegna a distinguere il coraggio dalla prepotenza, la trasgressione dall’aggressione, il divertimento dall’umiliazione.
E soprattutto quando si comprende che il limite non è soltanto una regola imposta dall’esterno, ma qualcosa che deve progressivamente diventare parte della coscienza individuale.
C’è un’ultima considerazione.
La nostra società sembra spesso accorgersi della violenza soltanto quando questa produce conseguenze gravissime.
Prima, determinate condotte vengono liquidate come bravate, eccessi adolescenziali, provocazioni o scherzi finiti male.
Ma la gravità di un comportamento non dipende esclusivamente dall’esito che produce.
Un’aggressione rimane tale anche quando la vittima riesce a evitare conseguenze importanti. Una condotta pericolosa non diventa innocua soltanto perché, in una determinata occasione, non provoca lesioni.
Confondere la fortuna con l’innocuità significa non comprendere il rischio.
La giustizia minorile dovrà accertare le responsabilità individuali, nel rispetto delle garanzie processuali e delle finalità educative previste dall’ordinamento.
Alla criminologia spetta invece interrogarsi sui meccanismi che possono aver reso possibile questa sequenza di comportamenti.
Perché comprendere non significa giustificare. Educare non significa assolvere. E riconoscere l’umanità di chi commette un reato non impone di ridimensionare la sofferenza di chi lo subisce.
Il problema di Monteverde non è che due adolescenti si annoiassero.
Il problema è che, secondo quanto emerso finora, abbiano trovato nel mettere in pericolo altre persone una risposta a quella noia. E che quella risposta sia stata ripetuta.
È questo il vuoto che dovrebbe preoccuparci. Non l’assenza di qualcosa da fare, ma la possibile assenza di un limite sufficientemente interiorizzato da impedire che la sofferenza altrui diventi intrattenimento.
E finché continueremo a cercare spiegazioni rassicuranti rischieremo di riconoscere la gravità di certe condotte soltanto quando sarà troppo tardi.
Luca Losito
MASTER IN PSICOLOGIA CRIMINALE
MASTER ESPERTO IN CRIMINOLOGIA E INVESTIGAZIONE CRIMINALE
