Da un po’ di tempo non sentivo il mio direttore, il caro Luca Losito, che è anche un amico di vecchia data.
In realtà è tutta colpa mia. Da giugno sono a Roma da mamma e ignoro quasi tutto ciò che accade nel mondo.
Per salvarmi la vita, ovviamente.
Luca mi ha chiamato qualche giorno fa per chiedermi che succede a NYC o nella Capitale, a un certo punto parliamo di eventi. Lui come al solito si vanta troppo della sua città, e a me che vivo in quella che voi chiamate LA GRANDE MELA viene da sorridere. Non per presunzione, ma solo perché nella città dove vivo sfioriamo le 5000 esposizioni d’arte all’anno. E per fortuna me ne perdo tantissime.
E così mi scappa una battuta triste. Ammetto che ultimamente sto dando più valore a ciò che non ho visto rispetto a ciò che viene proposto forzatamente.
Luca mi ricorda una frase di Vincenzo Mollica, a proposito di uno dei più grandi appuntamenti di cinema italiani: “C’era questo, c’era quello, ce lo risparmiamo, ve lo risparmiamo”. A quella frase raccontata al Tg1 il direttore scrisse due parole, e Mollica rispose con un breve messaggio che Luca conserva ancora: Risparmiarsi qualcosa di questi tempi è un piccolo segno di conforto.
Perché il punto è questo, e vale per tutti, voglio essere molto chiaro su questo:
Non tutto ciò che può essere esposto merita di essere esposto.
C’è una domanda che, quando si parla di arte e di spazi pubblici, dovrebbe essere posta più spesso: chi decide cosa merita di essere visto? La disponibilità di una sala, di una galleria, di una biblioteca o di uno spazio pubblico non dovrebbe trasformarsi automaticamente nella necessità di riempirlo. Uno spazio vuoto non è necessariamente un problema da risolvere. Può essere, semplicemente, uno spazio che aspetta il progetto giusto.
Quando un’amministrazione o un’istituzione mette uno spazio a disposizione dell’arte, infatti, non offre soltanto quattro pareti. Offre al pubblico una scelta culturale e, proprio per questo, si assume una responsabilità. È qui che la scelta curatoriale diventa fondamentale. Curare una programmazione significa conoscere gli autori, osservare ciò che viene prodotto, valutare i progetti, distinguere un lavoro professionale da una ricerca autoriale e, soprattutto, costruire un percorso capace di mettere in relazione linguaggi, generazioni e punti di vista differenti.
Detto a voce più alta: non tutto ciò che viene realizzato da un professionista è necessariamente un progetto espositivo!
Una fotografia può essere efficace come documentazione, può svolgere perfettamente una funzione commerciale o comunicativa, può raccontare un evento in maniera corretta, certamente. Ma una mostra richiede qualcosa di più, e cioè una visione, una ricerca, una coerenza, una capacità di costruire un racconto e soprattutto di offrire al pubblico una chiave di lettura. Questa è una distinzione importante, soprattutto quando parliamo di spazi pubblici.
Il rischio, in assenza di una reale funzione curatoriale, è che la programmazione culturale venga sostituita dalla semplice gestione degli spazi. C’è una sala disponibile, bisogna trovare qualcuno che la occupi, oppure: c’è un evento importante, bisogna produrre immagini. O ancora: c’è un autore già conosciuto, perché non coinvolgere nuovamente lui? È una soluzione semplice. Ma quasi sempre non è quella giusta.
Perché la cultura, quella autentica, non dovrebbe essere soltanto una cosa semplice da organizzare. Dovrebbe essere anche capace di interrogarsi sulla qualità di ciò che propone. Questo non significa sostenere una visione elitaria dell’arte, né impedire agli autori meno conosciuti di trovare spazio. Al contrario; un buon curatore dovrebbe avere proprio il compito di cercare ciò che ancora non è emerso, dare possibilità a nuovi autori, mettere in discussione le consuetudini e creare occasioni di confronto. Perché selezionare non significa escludere, ma assumersi la responsabilità di una scelta. E la pluralità non dovrebbe essere confusa con l’assenza di criteri. Una scena culturale cresce quando esistono più voci, ma cresce davvero quando quelle voci vengono messe in condizione di confrontarsi sulla base della qualità, della ricerca e della capacità di proporre qualcosa di significativo.
Anche per questo sarebbe importante che gli spazi pubblici dedicati all’arte potessero contare più spesso su figure curatoriali competenti e indipendenti, capaci di costruire una programmazione nel tempo, e non soltanto di gestire le singole occasioni o riempire uno spazio vuoto.
Perché una città non costruisce una scena artistica semplicemente organizzando mostre.
La costruisce scegliendo perché quelle mostre devono esistere, chi deve avere la possibilità di raccontare e cosa si vuole lasciare al pubblico. Alla fine, la domanda non dovrebbe essere: “Come facciamo a riempire questo spazio?”, ma “Abbiamo trovato qualcosa che valga davvero la pena di mettere dentro quello spazio?”
Perché qualche volta lasciare una sala vuota è molto più onesto che riempirla con qualcosa che non aveva davvero bisogno di essere esposto.
Ma certamente vale solo per New York City, scusate Sassari se vi ho provocato.
Non era mia intenzione. Anzi, sì.
Fletch
