La Cavalcata Sarda è probabilmente una delle manifestazioni più complesse e contraddittorie della Sardegna.
Non l’ho mai amata particolarmente nella sua dimensione celebrativa, forse perché ho sempre avuto un rapporto distante con le grandi rappresentazioni popolari.
Eppure, ogni volta che torno ad osservarla, finisco inevitabilmente per esserne attratto.

Non per il folklore, non per la spettacolarizzazione, ma per ciò che questa festa riesce inconsapevolmente a raccontare sulla Sardegna stessa.

Perché la Cavalcata, più che una semplice sfilata, sembra un atlante umano ed etnoantropologico dell’isola.
Un luogo dove convivono differenze profonde: linguistiche, culturali, sociali e geografiche.
In poche ore attraversano Sassari paesi che parlano lingue quasi differenti tra loro, comunità con identità fortissime, spesso divise da storie, mentalità e visioni del mondo completamente diverse. E ognuno di essi esprime, racconta e  regala qualcosa, dal piatto tipico alla festa tradizionale.

Esiste una Sardegna delle città e una Sardegna dei paesi.
Una Sardegna interna e una costiera.
Una Sardegna pastorale, agricola, borghese e mineraria.
Eppure, dentro questa frammentazione quasi tribale, continua ad esistere un sentimento comune di appartenenza molto difficile da spiegare a chi non è nato su quest’isola.

Forse perché la Sardegna, più che una regione italiana, resta ancora oggi un piccolo continente al centro del Mediterraneo. Osservando certi volti, certi gesti e certi silenzi, è impossibile non percepire connessioni profonde con altri popoli mediterranei e nordafricani. Non soltanto nell’estetica o nei tratti somatici, ma nel modo di occupare lo spazio, nella ritualità collettiva, nel senso quasi ancestrale della comunità.

Ed è forse proprio questa stratificazione culturale che rende la Cavalcata così affascinante ai miei occhi.

Paradossalmente, una delle manifestazioni identitarie più forti della Sardegna nasce non da un’origine religiosa, ma come celebrazione in onore dei sovrani e dei poteri reggenti del secolo scorso. Eppure, nel tempo, la festa ha finito per trasformarsi in qualcosa di molto più complesso: uno specchio imperfetto dell’identità sarda contemporanea.

Il mio interesse non è documentare la festa in sé, mi interessa osservare cosa emerge tra le sue crepe, gli sguardi, le distanze, le somiglianze inattese, le tensioni silenziose tra appartenenza e rappresentazione.

Forse è proprio questo che continuo a cercare nella fotografia; non la risposta, ma le contraddizioni che definiscono un popolo.

Da emigrato sardo, vissuto lontano dall’isola dal 1994 al 2022, ho capito una cosa semplice, cioè che si può togliere un sardo dalla Sardegna ma difficilmente si riesce a togliere la Sardegna da un sardo.

Forse è anche per questo che continuo ad osservare queste feste con uno sguardo distante ma inevitabilmente coinvolto. Perché dentro quella moltitudine di volti, costumi e lingue differenti, esiste anche una memoria comune fatta di partenze, ritorni e appartenenza.

Una condizione che ogni sardo, in qualche forma, conosce profondamente.

Costantino Idini

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