Prendo spunto da un interessante articolo di un collega che stimo davvero tanto, Luigi Soriga, sulla Nuova Sardegna di qualche giorno fa, ma resto un po’ basito rispetto alla sostanza. Mi permetto dunque di rispondere con bonaria veemenza e pertinenza a queste affermazioni, che il cronista ha semplicemente riportato. E vi invito a leggere l’articolo originale.
Con tutto il rispetto per l’esperienza del colonnello Manzi, ridurre la complessità del caso Ragnedda all’espressione di un narcisismo chimico rischia di consegnarci una semplificazione giornalistica, ma non un’analisi criminologica ponderata. La droga, in quanto fattore esogeno, può amplificare tratti preesistenti, ma certamente non li genera dal nulla. L’abuso di sostanze è una miccia, non l’esplosivo. L’esplosivo è sempre dentro, sedimentato da anni di strutture educative fragili, di modelli familiari distorti, di assenza di limiti.
Migliaia di individui convivono con dipendenze più o meno gravi, eppure non travalicano quasi mai il confine della violenza. La questione, dunque, non è la cocaina, ma ciò che essa rappresenta: un simbolo di onnipotenza, una moneta di scambio nel mercato dell’autostima. In soggetti che hanno vissuto senza mai conquistare il proprio status, ma soltanto ereditandolo, la sostanza diventa uno strumento per legittimare sé stessi agli occhi del mondo.
Ragnedda, più che un “narciso chimico”, sembra il prodotto tipico di una overprotection classista: giovani cresciuti nel culto del nome di famiglia, ma mai messi alla prova del merito. Chi non ha dovuto faticare per ottenere riconoscimento tende a credere che tutto sia dovuto, anche l’amore. Quando il desiderio incontra un limite, il limite stesso viene percepito come offesa narcisistica.
Ecco dove nasce la frattura.
Come ricorda Erich Fromm ne “L’anatomia della distruttività umana”, l’omicidio spesso non è espressione di sadismo puro, ma di impotenza esistenziale. L’individuo che non riesce a possedere simbolicamente la realtà, tenta di distruggerla. In tal senso, il delitto contro Cinzia Pinna non appare come l’effetto di una serata fuori controllo, ma come il culmine di un percorso regressivo, di un’identità fragile che non tollera la perdita né il rifiuto.
Christopher Lasch, parlando della “cultura del narcisismo”, definiva il moderno individuo come un essere che «cerca negli altri lo specchio della propria grandiosità». Quando questo specchio si incrina, la realtà collassa. Ragnedda non uccide solo la donna che gli sfugge: uccide l’immagine di sé che quella donna non conferma.
Il caso si inserisce in una casistica purtroppo frequente: soggetti di elevato status economico e sociale che non sviluppano un principio di realtà adeguato, perché protetti da ogni frustrazione. L’assenza di frustrazione, come dimostrano le teorie di Recalcati sulla “funzione del limite”, genera la patologia del desiderio assoluto. Non esiste un “no” tollerabile, perché a questi individui il NO non è mai stato insegnato.
La droga, in questo contesto, è solo l’amplificatore di un vuoto strutturale. Il “peso del successo” evocato da Manzi non è dunque il fardello di una gloria schiacciante, ma l’effetto di un successo non meritato, quindi instabile, che implode al primo urto. È la crisi dell’erede, non quella del genio.
In termini criminologici, più che di “omicidio da narcisismo chimico” si dovrebbe parlare di omicidio da frustrazione narcisistica con deficit di empatia e controllo dell’impulso. L’elemento scatenante non è la droga, ma la perdita di controllo conseguente a un rifiuto non elaborabile da un Io immaturo.
In sintesi, non la cocaina uccide, ma la convinzione di poter ottenere tutto. E quando il desiderio incontra il limite, l’individuo che non ha mai imparato a perderlo trasforma il rifiuto in annientamento. Non un mostro, dunque, ma un adulto rimasto bambino nel momento più pericoloso: quello in cui nessuno osa più dirgli no.
Per chi avesse figli in giovane età e volesse approfondire, consiglio la lettura di un illuminante saggio di Asha Phillips: I NO CHE AIUTANO A CRESCERE, edito da Feltrinelli.
Dott. Luca Losito
MASTER IN PSICOLOGIA CRIMINALE
MASTER ESPERTO IN CRIMINOLOGIA e INVESTIGAZIONE CRIMINALE
